Il diritto di essere anonimi – parte 1
“L’anonimato in rete deve sparire“, quest’affermazione risale a Luglio 2011 e fu pronunciata da Randy Zuckerberg direttrice marketing di Facebook. “Il comportamento delle persone è migliore quando hanno il loro nome in bella vista” prosegue la sorella del fondatore del social network.
Queste parole costituiscono soltanto la punta di un’idea che si sta insinuando sempre di più, e che, da un certo punto di vista, si accompagna a braccetto con la nuova convinzione di voler legiferare anche riguardo ad Internet. Ovviamente, le parole della Zuckerberg hanno come obiettivo la sicurezza di Facebook, ma nascondono una grande ingenuità . La rete per quanto sia bella e ricca di opportunità, è come una grande ragnatela che “cattura” ogni più piccola informazione che noi, anche involontariamente, inseriamo. E la cattura quasi per sempre. Cosa succederebbe se ogni più piccola ingenua azione eseguita in rete venisse ricondotta direttamente alla nostra identità?
In realtà, sebbene non così esplicitamente, questo è quello che purtroppo già sta accadendo.
Vi siete mai domandati perché i banner pubblicitari delle pagine web propongono spesso prodotti che vi interessano, o che avete appena cercato, o perché a volte sembra che alcuni siti sappiano già qualcosa di voi e dei vostri interessi? Nel 2010 il Wall Street Journal ha condotto un’inchiesta approfondita riguardo all’argomento, e quanto scoperto, anche se in parte già noto, lascia a metà tra l’incredulità e lo scetticismo.
Secondo il famosissimo quotidiano americano infatti, esistono società con l’unico scopo di effettuare un vero e proprio “dossieraggio informatico” carpendo, in modo più o meno legale, ogni informazione possibile da qualsiasi utente della rete.
L’obiettivo di queste operazioni ha chiaramente dei fini economici. I dati raccolti da queste società infatti sono sfruttati da altre aziende che vendono prodotti o servizi, per conoscere cosa un utente preferisce o ricerca, e per adattare l’advertising alle esigenze di ciascuno. Persino il “miglior amico del web”, Google, effettua diverse operazioni di raccolta dati per cui in passato sono state aperte diverse inchieste. Anzi, c’è chi profetizzò che prima o poi Google sarebbe diventato una sorta di “grande fratello virtuale”. Ci stiamo forse avvicinando al “1984″ descritto da Orwell?
Forse, ma non è questo il punto.
Il problema reale è che in ogni momento in cui navighiamo lasciamo un’infinità di tracce che da qualche parte vengono sempre registrate, teoricamente ai fini della sicurezza.
L’indirizzo IP, acronimo di Internet Protocol, è l’elemento base nell’identificazione di un utente poiché costituisce l’indirizzo univoco di ogni dispositivo collegato alla rete. Questa stringa numerica, insieme ad altri piccoli elementi (come per esempio i cookie), permette ai vari servizi di indetificarci, di mantenerci loggati, e di risalire a noi da ogni nostra azione.
Ma non siamo soltanto noi a lasciare tracce. Molti siti che visitiamo ci lasciano in regalo alcuni cookie particolari detti “tracking cookie” che vengono appunto sfruttati, come precedentemente descritto, da diverse società per tracciare un profilo di ogni utente risalendo ai suoi interessi, e ai prodotti o ai siti che visita più frequentemente.
Per tutti questi motivi è giusto che l’anonimato resti un diritto di ogni internauta. Ma è realmente possibile difendere la propria identità? La risposta è sì, e per farlo esistono diversi strumenti che sfruttano tecniche come l’IP spoofing ovvero l’occultamento dell’indirizzo IP, che unito ad altri accorgimenti possono garantire un ottimo livello di anonimato.
L’aspetto pratico e tecnico di questo argomento sarà trattato nella seconda parte di questo articolo.
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[...] Nello scorso articolo abbiamo discusso dell’anonimato da un punto di vista teorico, evidenziando specialmente le minacce e le motivazioni che possono spingerci a voler essere il più possibile invisibili nella rete. Innanzitutto, è necessario chiarire un aspetto che molti internauti fraintendono: navigare anonimi non è di per sé illegale (semmai, potrebbero esserlo le azioni commesse mentre si naviga). [...]